come ogni anno a mirò siamo impegnati nell’organizzazione e nella comunicazione del festival culture giovani . comunicare un evento culturale è un’operazione difficile, perchè il marketing della cultura - e quello degli eventi - hanno caratteristiche originali. il programma del festival - e dunque il “prodotto” - non può essere realizzato secondo criteri di marketing, ascoltando il cliente e progettando l’evento secondo i suoi bisogni. e questo non solo per la poca propensione al marketing dei direttori artistici, ma perchè la cultura non può essere piegata alle ragioni di mercato. il mercato è il luogo dello scambio utile, dell’espressione e della soddisfazione per i bisogni immediati, del calcolo e della convenienza. la cultura risponde ad altre logiche, ad altre necessità, non è riducibile a un calcolo di convenienza, altrimenti non ci sarebbe nessuna sperimentazione, non è verificabile secondo bisogni immediati (quello che il cliente vuole ora) perchè altrimneti non ci sarebbe avanguardia. l’industria culturale può anche ragionare secondo le regole del mercato, ma si deve necessariamente alimentare da una cultura libera e innovativa, anticonformista e spiazzante che ne costruisca le premesse. questo andrebbe spiegato anche a baricco, che ha scritto alcune cose interessanti e molte scempiaggini nel suo intervento su repubblica.
per ritornare a noi e al nostro festival possiamo e dobbiamo comunicare al meglio l’evento, ma non possiamo determinarlo, non possiamo, come operatori di marketing, dettarne il programma, nè il tema. il tema, appunto, quest’anno è davvero arduo da essere comunicato “caos e catastrofi“. al di là di aspetti decisamente jettatori, un tema del genere. così filosofico, così ricco di implicazioni, tutte complicate e colte, non presenta appigli facili su cui arrampicarsi per comunicare al grande pubblico: “venite, venite a salerno!”
il punto da cui siamo partiti è stato: quale storia si può raccontare con un tema come caos? oggi il narrar storie, lo storytelling, è diventata operazione di marketing fondamentale: un prodotto o un’azienda comunicano se stesse se sanno narrare una storia, se sanno evocare intorno a sè emozioni e conoscenze tipiche di una storia. e con la cultura questo è ancora più importante, anche se troppo spesso trascurato: che soria racconta un museo, una mostra, una biblioteca?
e allora che storia inventarsi per il caos? abbiamo provato a individuare questa storia in un conflitto tra coaso e armonia, come se le vicende culturali -da quelle più alte a quelle quotidiane - fossero restringibili in questa dualità e in questa domanda: sei caotico o sei armonico? su questo abbiamo provato a narrare la storia del festival, e abbiamo usato tutto quello che mette a disposizione il nuovo marketing per farlo. a partire dal blog. che contiene il dilemma su tre livelli: uno colto, uno ludico - e pop - uno di illustrazione del programma. quello più interessante, a nostro avviso, è quello ludico, in cui abbiamo lanciato un dibattito aperto: chi è caotico e chi armonico? chi, cioè, cerca di introdurre innovazione, sperimentazione, disordine, nella vita, e chi invece cerca la mediazione e l’ordine nella confusione?
dai calciatori (cassano e totti), ai personaggi del grande fratello, agli scittori, la partita è apaerta. attendiamo molte sollecitazioni. e per questo abbiamo attivato una serie di azioni, azioni di cui parleremo in prossime occasioni
il low cost sembra essere uno dei settori che non risente della crisi. “bello sforzo”, penserà qualcuno. “in tempi di crisi si compra da chi fa meno spendere”. vero e falso nello stesso tempo.
vero, perchè se ci sono meno soldi, si va da chi ha prezzi più bassi. ma anche falso, perchè il low cost è una filosofia, prima che una scelta di risparmio. non si tratta cioè per l’azienda di praticare semplicemente la straegia porteriana della competitività di costo, ma di offrire a taget specifici, sensibili all’immagine e agli aspetti valoriali del prodotto, oggetti e servizi di qualità, ma pensati e costruiti per costare meno. quindi prodotti e servizi per chi ha meno soldi da spendere e non vuole rinunciare alla qualità valoriale, ma anche prodotti e servizi per chi i soldi magari li ha pure, ma vuole fare una scelta etica di consumo. e infine prodotti e servizi per chi ama spendere su mercati di un certo tipo, ma su altri preferisce risparmiare, senza sottrarsi al gusto di consumare. chi scrive, ad esempio, sull’alimentare e sui vini non risparmia di certo, ma sulla casa si accontenta di comprare da aziende svedesi e sull’abbigliamento da aziende spagnole, belle e economiche.
la crisi si affronta anche così, non solo con i saldi e le offerte speciali.
sempre più spesso un’attività priva di contenuto, senza decoro culturale, mediocre ma di successo, viene definita “un’operazione di marketing”. ultimo il caso Allevi, il musicista calssico-pop che ha avuto l’onore di suonare al senato, in un concerto da lui diretto e basato su sue composizioni. i grandi della musica si sono accaniti contro di lui, il cui successo sarebbe dovuto non a sue qualità ma, appunto, a una riuscita operazione di marketing. il marketing è cioè, nella percezione generale, un’attività che permette a tutto quello che non vale di avere successo. nel momento in cui la crisi economica si incattivisce, molti, auterovolissimi, opininisti vedono un’opportunità: liberarsi delle nefandezze del consumo, produttore di bisogni inutili, e un ritorno a un mondo di valori più saldi e onorevoli. il disprezzo per il marketing si accompagna alla critica al consumismo, e il momento è giusto per augurarsi un mondo più autentico, ricco di contenuti e privo di marketing.
gli operatori di marekting dovrebbero ribellarsi a queste caricature, e riaffermare la vera natura del marketing: ascoltare e rendersi flessibili. questo è il marketing: capacità di adattamento basata sull’ascolto, sulla disponibilità a cambiare, a adeguarsi. la comunicazione è una fase del marketing, di successo solo dopo aver compreso quello che si aspettano gli interlocutori - il mitico target - quello che in quello specifico momento e contesto, sono più disponibili a ascoltare i destinatari. una prassi democratica per eccellenza, non un’arte della contraffazione.
ma il marketing deve risocprire il suo rapporto con l’etica, se vuole ridarsi una dignità. e deve rompere il suo rapporto con il consumismo più becero. solo così può ritrovare la sua natura, e ritorvare anche una nuova immagine. ci vuole una bella operazione di marketing per ridare al marketing consenso.
ps e lasciate in pace il povero allevi: fatelo suonare dove più gli piace! e non prebdetevela con il marketing se ha successo
stiamo provando a ragionare su un nuovo marketing che possa accompagnare nuovi modelli di consumo. un marketing che sappia trovare una ragione lonatna dalla freneia del consumismo, un marketing più lento e meditativo, meno isterico e leggero.
il caso del “marketing mediterraneo” è uno dei modelli a cui ispirarsi. si tratta di una teoria che ha molti aspetti che mi piacciono, primo di tutti è che nasce dalle riflessioni di un filosofo che nulla ha a che fare con il marketing, Franco Cassano, autore di un libro profondo e leggero come pochi: “il pensiero meridiano”, in cui si presenta ilmediterraneo come illuogo ideale dell’incontro, del confronto, della lentezza, della riflessione, della specificità. un’alternativa al mondo atlantico della velocità, della globalizzazione, della modernità come ideologia oppressiva e tendente al “pensiero unico”.
le suggestioni e le riflessioni di questo filosofo sono servite ad alcuni economisti che ci hanno portato a un modello di marketing orientato appunto alla lentezza, alla specificità mediterranea, alla non intrusività della comunicazione. un modello rappresentato da casi di successo come lo slow food, movimento di pensiero che è diventato anche straordinario business. il libro marketing medeiterraneo, a cura di antonella carù e bernard cova, edito da egea, presenta casi e riflessioni (più casi in realtà). da leggere per avere nuove idee.
ci stanno dicendo tutti che il mondo sta crollando, e il panico si va diffondendo. non c’è cliente o collega con cui parli che non ti ponga la domanda sul futuro in modo preoccupato. eppure ci sarebbe bisogno di ottimismo, dice il nostro premier, ma più probabilmente ci sarebbe bisogno di un progetto. un progetto che riveda il rapporto distorto che si è creato in questi anni tra lavoro, finanza e prodotti. in questi anni è stato troppo facile guadagnare con la finanza, e quindi la produzione (fare buone cose, farle bene, farle belle) riceveva risorse - e attenzione - sempre più scarse. perchè investire nel lavoro se con la finanza si poteva guadagnare di più faticando molto meno? il marketing è servito ad abbellire quello che non valeva, e a spingere i consumi, tutti i consumi, di qualsiasi tipo, senza rapporti con la qualità.
oggi il tema è cambiato: se ridiamo spazio ai “prodotti” e al lavoro, il marketing serve ancora? in un mercato in cui il rapporto prezzo/qualità delle prestazioni diventa la cosa più importante, a che serve il marchio, la comunicazione, l’immagine? e invece dobbiamo continuare a lavorare con il marketing, dandogli una nuova missione, separandolo dal matrimonio ormai insopportabile con il consumismo.
non si tratta di andare contro il consumo, ma contro la sua degenerazione che ha contribuito a far ammalare la nostra società e la nostra economia. e si tratta di salvare l’idea che il consumo non sia solo confronto di prezzi e di prestazioni, ma agire sociale dotato di senso, come dice fabris, e quindi il marketing ha la funzione di dare “senso” a questo agire.
il consumo è bello e vivo, morte al consumismo! evviva il marketing!!
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