Borghesia non borghese - apr. 2006 PDF Stampa E-mail

 Ero a teatro qualche sera fa, un teatro importante di Roma, a vedere una rappresentazione che un tempo si sarebbe definita “d’avanguardia”. Un’opera cioè senza un testo tradizionale, con attori non professionisti, senza una scenografia strutturata. Una di quelle rappresentazioni che un tempo avrebbero visto inevitabilmente alzarsi dalle file centrali della platea un signore indignato, che urlando “è una vergogna, questo non è teatro!”, si sarebbe allontanato a grandi passi, inseguito da una imbarazzatissima moglie in visone. L’altra sera invece eravamo tutti compunti e attenti, ad assistere e applaudire educatamente, come se fossimo di fronte a un Pirandello qualsiasi. Ma a parte questa situazione di normalità della trasgressione artistica, oramai digerita da tutti i pubblici, anche quelli più tradizionali, c’è un’altra cosa che mi ha colpito: di visoni per le signore, neppure l’ombra, e di giacche  e cravatte per i signori pochissime, e abbastanza sciatte. Il teatro borghese era, un tempo, luogo in cui andare in abiti da sera, in cui esibire eleganti vestiti, acconciature fresche di parrucchiere, gioielli e pellicce. Una di quelle rare occasioni in cui era consentito sfoggiare, uscire dalla sobrietà della vita di tutti i giorni. Oramai, non è più così, non solo a Roma, ma neppure in provincia, dove il casual regna anche nei foyer dei teatri di tradizione.
Dunque, avanguardia che non scandalizza più nessuno, abiti normali, pubblico più disposto a guardare ed ascoltare, che a mostrarsi e a esibire buon gusto e ricchezze. Il punto è che la classe dirigente, la classe colta, ha oramai un altro ordine di priorità e di valori rispetto al passato: per dirla con un gioco di parole, la borghesia non esprime più, dal punto di vista dei valori e dei comportamenti, un atteggiamento “borghese”.
“Borghese” era l’accusa e l’insulto che ci si lanciava da giovani per indicare un modello di comportamento basato sull’apparenza, sulla formalità, sul buon senso, sul perbenismo. Borghese era, per un giovane, un tipo di vita che aveva fatto dell’apparenza e della discrezione,  dell’adeguamento ai canoni tradizionali  e del conformismo il suo stile, ed era un insulto sanguinoso per persone che inseguivano il sogno artistico della bohème. Sogno di fare della propria vita un’opera d’arte, sogno di scandalizzare e di stupire, ed “épater le bourgeois” – scandalizzare il borghese – era infatti il motto delle avanguardie artistiche.
Oggi la classe dirigente, come dice uno studioso americano, Richard Florida, ha assunto i modelli di comportamento della bohème nella poco scandalosa vita professionale, magari giocata ai più alti livelli di impegno, prestigio e reddito. La classe creativa, come dice appunto Florida, è quella parte della società che lavora nei settori dell’impresa e delle professioni, ed ha assunto modelli di comportamento una volta tipici dei giovani, degli artisti, dei ribelli.   La creatività è richiesta nel lavoro, non solo dell’artista, ma anche del manager d’impresa, dell’addetto al software, del professionista, e quindi creativo è diventato anche il gusto, l’abbigliamento, il modo di fare. E il piccolo borghese per bene non è più di moda, nessuna mamma lo vorrebbe per marito della propria figlia, per il cui matrimonio (ma va bene anche una bella convivenza) viene sognato un cantante, un attore, un calciatore, nel migliore dei casi, o magari, se proprio bisogna accontentarsi, almeno un protagonista del “Grande Fratello”. Qualcuno che appare, non nei foyer del teatro, vestito in modo sobrio ed elegante, ma in televisione, visibile a tutti, spavaldo ed esibizionista, creativo nell’abbigliamento e nel comportamento, privo di ogni pudore e riserbo, pochissimo borghese, anche se pieno di soldi.
Per chi come me, anni fa, sperava in un mondo in cui contasse poco l’apparire e più la verità, non so se è un reale successo, se il risultato raggiunto è quello che volevo. Ma, almeno, per andare a teatro, non devo preoccuparmi di cambiare il vestito, andrà benissimo quello che indosso ogni giorno.

Miki Rosco

 

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