Conformismo individualizzato - dic. 2006 PDF Stampa E-mail
Da ragazzo, molti anni fa, ho praticato la scherma, unico sport per cui ho fatto, senza mai rischiare la convocazione olimpica, un po’ di agonismo. Era considerato sport costoso, a causa della complicata attrezzatura necessaria, oltre che per l’aura di aristocrazia che si portava dietro. Maschera, guanto, divisa, armi elettrificate, effettivamente richiedevano un bel costo, ma, per fortuna, con le scarpette si risparmiava: tutti usavamo le “scarpe da tennis”, bianche e di stoffa, inevitabilmente della stessa marca. Un giorno arrivò in sala uno degli atleti, non certo il migliore, sfoggiando un paio di scarpette “da scherma”, che aveva ordinato dall’unica ditta di Milano che produceva le divise. Lo prendemmo talmente in giro, per quella sua civetteria, che dovette tornare alle vecchie scarpe, trovando non ricordo quale scusa. D’altronde, se i campioni del mondo usavano in pedana le stesse scarpette che avevamo noi, perché lui, mediocre fiorettista, doveva sfoggiare scarpe speciali? Ma davvero un paio di scarpe potevano rimediare alla mancanza di talento? Così la pensavamo allora, una trentina di anni fa, e, da allora, anche questo è cambiato.
Al mio vecchio compagno d’arme e alle sue inutili scarpette pensavo, quando sono entrato in un negozio di articoli sportivi per cercare delle scarpe da jogging, convinto da un amico che mi voleva spingere alla ricerca della forma perduta. La prima domanda che mi ha fatto il venditore, freddo e con un’aria di estrema competenza specialistica, è stata quanto pesavo. “E che te ne importa?” è stata la risposta che mi è venuta in mente  e che, educatamente, ho represso, dicendogli quasi la verità. Ma gli ho chiesto perché volesse saperlo. Perché il tipo di scarpa dipende dal peso, mi ha risposto, e dal tempo che voglio dedicare all’allenamento, e dal tipo di percorso che intendo fare, e da non ricordo quali altri importantissimi particolari. Poi ha fatto una pausa, mi ha guardato negli occhi, e ha detto: “E ovviamente dal budget che ha fissato”. L’idea che per comprare un paio di scarpe da ginnastica, come mi viene ancora di chiamarle, si debba fissare un budget, mi è sembrata folle, eppure, guardando i prezzi esposti, effettivamente di un’attenta previsione di costi/benefici bisogna parlare prima di passare all’acquisto. Ho avuto una nuova conferma che nell’attività sportiva, sempre più diffusa, si concentrano due tendenze della nostra società: da un lato la prevalenza del marchio, che tutto vuole comprendere in sé – stile, prestigio, funzionalità, immagine, qualità – e dall’altra la specializzazione estrema, il tecnicismo esasperato. L’idea che, non per il grande maratoneta Abebe Bikila (che peraltro le scarpe non le aveva), ma per un qualsiasi faticatore della domenica servano attrezzature sofisticate, mi sembra una bizzarria. Così come un po’ comici e bizzarri mi sembrano i tanti condannati alla forma fisica che frequentano palestre e impianti sportivi, attrezzati in modo tanto costoso quanto raffinato; atleti/indossatori, che seguono  stilemi simili - per cui si può riconoscere l’appassionato di spinning dagli accessori che indossa – e però personalizzati, per la loro combinazione che prevede l’interpretazione soggettiva della moda. E siamo alla grande contraddizione che attanaglia tanti nostri contemporanei: cercare di seguire le mode uniformandosi ad esse, ed essere individuali, riconoscibili, unici. Un conformismo individualizzato, sublime, e angosciante, ossimoro della contemporaneità a cui è difficilissimo sottrarsi.
Per farlo, almeno in un campo, occorre fare come me, rinunciare, e dedicarsi allo sport che si pratica in pantofole e telecomando, l’unico che oramai mi si addice. E nessuno è autorizzato a chiedermi di che marca siano le pantofole che indosso.

Miki Rosco

 

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