Creativit PDF Stampa E-mail
I giovani sono creativi? E la creatività giovanile – se esiste – ha caratteri anticonformisti, capaci di stupire e scandalizzare gli adulti?
Anni fa la risposta alle due domande precedenti era positiva e scontata: tipico della gioventù era proprio la capacità di andare oltre il luogo comune, oltre il pensiero tradizionale, lontana dalla saggezza degli adulti e dalla loro compostezza. Oggi dobbiamo dire che questo è molto più incerto e difficile. Il primo problema nasce dalla stessa identità giovanile: oggi giovane è da un lato  uno stato d’animo e dall’altro un mercato. Certo sempre si è detto che l’importante è “sentirsi giovani”,  non tanto esserlo, ma questo luogo comune, più enunciato che praticato, è oggi travolto dalla cultura giovanile che attraversa tutte le generazioni. La gioventù è diventata età obbligatoria per tutti, e questo significa che stili di vita giovanili, più orientati al divertimento che al lavoro, al disimpegno che alla serietà, all’anticonformismo che alla classicità, caratterizzano un po’ tutte le età e tutte le classi sociali. Ricordo lo stupore di quando ero ragazzo a vedere gli anziani turisti americani vestiti in modo colorato e disinvolto, con atteggiamenti chiassosi e allegri. Che differenza con le nostre madri in abiti marroni, e i nostri padri sempre incravattati! Oggi un settantenne in jeans lo si trova dovunque, una signora con i capelli bianchi e la camicia a fiori sgargianti va a fare la spesa in qualsiasi supermercato d’Italia, e nessuno se ne meraviglia. A cinquanta anni si va in palestra, si fa jogging, a sessanta si pratica la vela, si va per sentieri a fare trekking. Tutti si danno il tu al primo incontro, tanti vanno ai concerti, ascoltano il rock. Il mondo dei giovani è diventato il mondo giovanile, e a nessuno è negato il biglietto di ingresso.
D’altro lato, giovane è diventato un target di mercato, un segmento da colpire con strategie di marketing sempre più raffinate e aggressive. Quindi “giovane” diventa non più età anagrafica, ma stile di vita, modo di essere, a cui si accompagna inevitabilmente un prodotto: un capo di abbigliamento, un accessorio, un telefonino, un profumo e così via. E si sa, se c’è dietro il marketing non ci può essere creatività, ma solo conformismo. Per meglio dire, la creatività è degli uomini di marketing, che appunto si chiamano creativi, i pubblicitari, i grafici, i copyrighter che studiano i gusti giovanili e che propongono i prodotti costruiti su questi gusti. Il compratore non può essere creativo se segue i comandamenti della moda, i diktat del marketing: è giovane come lo hanno pensato e voluto i produttori degli oggetti che lui compra e utilizza, e quindi non è creativo, mai.
Ecco la tenaglia che si chiude sul giovane: da un lato è circondato da adulti e da anziani che si comportano come “giovani”, dall’altro questo comportamento giovane è in realtà costruito dal marketing, diventa una moda  e produce, inesorabilmente, conformismo. Dov’è dunque lo spazio di autonomia? I giovani lo hanno trovato questo spazio nella tecnologia, territorio in cui essi hanno un irraggiungibile vantaggio competitivo. Non c’è adulto che li superi nell’uso del cellulare, che capisca prima di loro il funzionamento di un apparecchio elettronico, che sappia usare con più familiarità un programma di comunicazione su computer. E’ qui che essi sono imbattibili e irraggiungibili: per sconfiggere mio padre a ping pong ho dovuto attendere anni, ma nessun quarantenne può nemmeno provare a sfidare ai videogiochi un ragazzino delle elementari.
E dunque la flessibile, manipolabile, interattiva realtà virtuale, intesa nel senso più ampio del termine, è il campo in cui i giovani possono esprimere la loro creatività originale. Una realtà che produce conoscenza orizzontale, per link, per assonanze, una realtà veloce, frammentata, emotiva, una realtà non alla portata di chi ha compiuto quaranta anni. Buon viaggio ragazzi, lì non vi posso seguire.

Miki Rosco

 

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