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Destra e sinistra - inedito |
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Anche la politica ha preso strane e spesso diverse direzioni nella nostra inafferrabile epoca. Uno dei luoghi comuni più diffusi è che oramai la confusione è tale, da rendere impossibile distinguere la destra dalla sinistra, perché le politiche si assomigliano tutte e, al momento delle elezioni, si scelgono le persone e non i progetti, o, addirittura, le ideologie. E’ vero tutto ciò, secondo me, ma solo in parte. Io ritengo infatti che distinguere politiche di destra e di sinistra sia ancora facile: un vecchio pensatore suggeriva di usare, per capire cosa è di destra e cosa di sinistra, le parole scelte come motto dalla rivoluzione francese, almeno le due più importanti, liberté e egalité (sulla fraternité in fondo siamo stati tutti genericamente d’accordo). La destra – parliamo ovviamente della destra democratica – ha orientato sempre le sue politiche alla libertà, ha mirato a sviluppare le ragioni dell’individuo, e quindi a premiare alcuni, i meritevoli nella migliore delle ipotesi, escludendo gli altri. La sinistra è stata più attenta all’eguaglianza, e quindi ha puntato a omogeneizzare, a offrire opportunità a tutti e in particolare ai più deboli, e poco importa se questo vuol dire penalizzare “i migliori”. Questa è stata, con grandissima semplificazione, la dialettica democratica degli ultimi due secoli, da noi in Occidente, e a me sembra che in linea di massima, questa dialettica resti. (Lo so che a questo punto gli studiosi mi direbbero che semplifico troppo: e i liberalsocialisti, dove li metto? E il solidarismo cattolico, che fine fa? E i fascismi? E il comunismo? Non considero le mille sfumature, fatemi giocare con le grandi distinzioni, per favore). Dunque di qua la destra, interessata alla selezione, di là la sinistra, appassionata all’integrazione, è ancora facile distinguere. Purtroppo però, nulla è facile da capire oggi, e quindi i problemi insorgono quando voglio attribuire alla destra, come è stato fino a ieri, la funzione conservatrice, ed alla sinistra quella progressista. E’ qui che, in verità, la confusione regna. La sinistra ha interpretato le sue politiche verso l’eguaglianza come uno sforzo che nel tempo avrebbe portato al superamento delle differenze, e quindi ha creduto che il progredire dei tempi avrebbe segnato il progresso degli obiettivi, e si è definita dunque, tutta orientata all’avvenire, “progressista”. La destra ha visto, dal suo punto di vista, un pericolo nel progresso, evocando a sé la funzione di conservare le condizioni attuali, o addirittura rimpiangendo un passato migliore, ed è stata perciò conservatrice o addirittura “reazionaria”. Oggi però nel progresso non crede più nessuno, né a destra né a sinistra, il futuro è avvolto nelle nebbie, è confuso, privo di chiari indirizzi. Per cui la sinistra, nel suo sogno di eguaglianza, finisce per diffidare nell’avvenire, e si accontenta, spessissimo, di conservare le conquiste ottenute. La destra invece, più spavalda e meno preoccupata del futuro, ha iniziato a presentarsi come riformatrice, portatrice di cambiamento. I leader della destra più importanti nella fine del secolo scorso, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, si sono qualificati come grandi innovatori, per niente conservatori, al di là del nome dei loro partiti. E la sinistra negli ultimi tempi è apparsa sulla difensiva, usando parole d’ordine che esplicitamente adottano il termine “conservazione”, dal Welfare State, i cui valori e strumenti vanno salvati, tutelati, preservati, agli impianti costituzionali, che anch’essi vanno lasciati come sono. Ma c’è un altro aspetto spiazzante, rispetto a quello che abbiamo visto e creduto fino a poco tempo fa: la destra non solo vuol cambiare e riformare, ma si presenta popolare, spesso provocatoriamente incolta, quasi volgare. Mentre la sinistra si ritrae in una superbia intellettuale un po’ aristocratica, lontana dai gusti e dal sentire della “gente”. La cultura per il popolo, che era la bandiera di tanti progressisti, è diventata il programma della destra, che oggi insegue il gusto delle maggioranze, meglio se ignoranti. Chi preferire allora? Gli aristocratici colti che vogliono l’uguaglianza, o i rozzi difensori della cultura popolare, che invocano la libertà? Certo per scegliere dobbiamo usare strumenti nuovi, i vecchi schemi non ci aiutano più. Miki Rosco |
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