Un settimanale politico italiano aveva come motto “I fatti separati dalle opinioni”, volendo dire che c’era uno spazio per raccontare i fatti e un altro, ben separato, per esprimere le opinioni. I fatti sono oggettivi, uguali per tutti, le opinioni sono soggettive, appartengono a chi le esprime e a chi le condivide, ma non sono generali. Bell’idea, derivata dal modello di giornalismo anglosassone, ma oramai superata proprio dai fatti, che vanno in tutt’altra direzione. Oggi la notizia deve arrivare subito, e deve essere commentata immediatamente, prima ancora che si sia depositata, che abbia lasciato traccia. Questo comporta che spesso, troppo spesso, il commento della notizia avviene prima che i fatti siano accertati o addirittura che avvengano. Io ricordo con angoscia un viaggio in macchina la mattina che le truppe statunitensi avevano attaccato l’Iraq nella seconda guerra del Golfo; i programmi radiofonici erano tutti concentrati su questo episodio, ed erano basati su interviste e commenti dei più diversi esperti, quello militare, quello geopolitico, quello sulla cultura islamica, e tutti dovevano dire la loro opinione senza sapere dei fatti più di quanto sapessi io, e cioè, semplicemente, che la guerra era iniziata. Ma dove erano le truppe? Quali erano i loro obiettivi? Dove si combatteva, chi stava vincendo, chi avanzava? Questo, che era il mio primo vero e grande interesse, non lo sapeva e diceva nessuno, l’importante era commentare, esprimere opinioni, difendere una tesi, avanzare una teoria. E i fatti? Li avremmo saputi dopo, alcuni molto dopo, altri non li conosciamo ancora (perché si è fatta la guerra? Una delle fondamentali domande a cui deve rispondere un articolo giornalistico che rispetti le regole delle cinque “W”, e quindi WHY, in questo caso, ebbene è un fatto che non conosciamo ancora). E così avviene, ed è esperienza recente per gli elettori italiani, per i risultati elettorali, che vengono commentati da eruditi studiosi o da appassionati politici, prima che i fatti veri vengano accertati, costringendo i tifosi davanti al video a stress da risultato, e i poveri commentatori a terribili figuracce. Il problema è che i fatti avvengono troppo rapidamente oramai, e le notizie sui fatti sono pressanti, continue, irrefrenabili: non si fa a tempo a descrivere il fatto che è già superato, non è più notizia, e quindi bisogna anticipare, commentando qualcosa nel momento in cui avviene, magari prima che avvenga, come quei velocisti che cercano di anticipare lo starter e partono quando prevedono che ci sarà lo sparo, e rischiano inevitabilmente la falsa partenza. E’ sempre la velocità il problema del nostro mondo impazzito, il valore della velocità che sopravanza tutto. Io non capisco, ad esempio, il significato dello scoop come è spesso inteso: dare la notizia non una settimana, un giorno prima, ma un secondo prima, come se appunto l’informazione fosse una gare di velocità. Sempre a proposito della guerra del Golfo ricordo l’orgoglio italiano perché era stata una nostra giornalista a dare, battendo tutti, la notizia che Baghdad era stata bombardata. Per prima, ma per pochi minuti, o addirittura per qualche secondo, e allora? Qual è il merito informativo, al di là del primato sportivo? Forse c’è un vantaggio per il media, che viene citato e che acquisisce fama e autorevolezza, ma per l’utente il vantaggio è infinitesimale, e non ripagato dal rischio di avere una notizia infondata o imprecisa o scarsamente attendibile. Dubitiamo però che ci siano miglioramenti in questo campo, che qualcuno inizi a proporre uno stile da “slow news”, più attento alla completezza e all’affidabilità che alla tempestività e alla pervasività. Eppure qualche segnale in questa direzione ci sono: una mia amica, ad esempio, ha rispolverato un vecchio motto latino, usato dal grande editore del ‘500 Aldo Manuzio,: Festina Lente, cioè, affettati lentamente. Se le notizie, prima di raggiungerci così di fretta, si fermassero almeno un attimo e si godessero solo un’ombra di lentezza, sarebbero meno stressate loro e meglio informati noi. Miki Rosco
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