Grand tour di ieri e di oggi - apr. 2007 PDF Stampa E-mail
 “Andare a comprare” e “fare shopping” sembrano voler dire la stessa cosa, e invece non c’è differenza maggiore tra le due attività. Si compra qualcosa che ci serve, si va a comprare quando ci si accorge che qualcosa ci manca, e si ha la disponibilità economica, e quindi ci si reca nel luogo dove sappiamo che quello che ci manca è offerto secondo il miglior rapporto qualità/prezzo. Non andavamo a fare shopping, ma andavamo a comprare qualcosa noi tre bambini, quando mio padre, al cambio di stagione, chiedeva a nostra madre di che cosa avevamo bisogno, e lei elencava una serie di capi d’abbigliamento che ci mancavano per l’inverno, o per l’estate. Mio padre faceva la scelta secondo le finanze familiari e deliberava: “a te servono le scarpe, a te un impermeabile, a te due maglioni”. A questo punto si andava nel negozio vicino casa, ci si annoiava a indossare una serie di capi che venivano esaminati da mia madre, e quando tutto era finito si poteva finalmente tornare alle attività utili e divertenti che segnavano la vita di un bambino.
Fare shopping è tutta un’altra cosa: fare shopping non implica il bisogno di qualcosa – l’impermeabile, le scarpe – ma  semplicemente il bisogno di comprare. Uscire per fare shopping quindi non comporta alcuna decisione preventiva, la spinta non è a trovare qualcosa che si è definito in precedenza, ma semplicemente a cercare qualcosa che valga la pena di essere comprata. Non c’è nello shopping la noia e la fatica che albergava nell’animo mio e dei miei fratelli quando dovevamo scegliere un vestito, ma anzi la gioia e il divertimento di guardare vetrine e girare per negozi allo scopo di scoprire come si possono spendere allegramente dei soldi. Lo shopping è ludico, altrimenti non esiste. Quando partiamo per un viaggio sappiamo che ci sarà il tempo dello shopping, in cui cioè gironzoleremo per negozi, senza avere alcuna idea di quello che offrono, per il puro gusto di fare acquisti, di destinare una parte delle nostre spese al comprare oggetti che prima di vederli non avremmo mai avuto l’intenzione di acquistare. Si va a fare shopping come si va al museo, per osservare, per scoprire, per apprendere, per divertirsi conoscendo. Lo shopping è attività ludica e di conoscenza nello stesso tempo, è davvero l’attività principe della nostra vita all’inizio del nuovo millennio.
E allo shopping sono dedicati dei veri e propri templi: i centri commerciali. Certo, esiste lo shopping per le vie del centro cittadino, per le strade commerciali, che sono oramai però tutte uguali in ogni angolo del mondo, dovunque l’idea è di offrire le stesse cose, con le stesse caratteristiche e gli stessi prezzi. E ci sono i grandi magazzini, meravigliosi luoghi in cui si può comprare tutto, passeggiando tra scaffali. Ma i grandi magazzini sono appunto caratterizzati dall’essere grandi, non forniscono qualcosa di più dal punti di vista qualitativo. Il centro commerciale invece offre una riproduzione dell’intera città intorno al tema dell’acquisto, senza distrazioni pericolose come l’ambiente urbano che, con le sue bellezze gratuite, ci può fuorviare. L’estetica del centro commerciale è funzionale al comando dell’acquisto; le fontane, le piazze, i monumenti che sempre di più adornano tali luoghi, sono incapaci di offrire alcun godimento artistico, sono lì perché in città queste cose ci sono, ma non distraggono, non turbano, non causano alcuna sindrome di Stendhal, indicano che il piacere vero, l’unico che valga la pena, è l’acquisto. Anche in città come Roma, che ha mille negozi e mille monumenti, i giovani di periferia affollano i centri commerciali; li ho visti incontrarsi, passeggiare, conversare e farsi la corte, tra le piazze di cartone e i monumenti di plastica. Spesso non comprano, perché non hanno i soldi per farlo, ma spendono il loro tempo e  i loro sogni in questi non-luoghi, come li chiama qualcuno, alla ricerca non di cose utili, ma di dare un senso alla loro vita.

Miki Rosco

 

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