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La formazione spettacolo - mag. 2006 |
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Nel mio lavoro faccio molte cose, e tra queste, quella forse non più rilevante, ma che faccio da più anni, è la formazione del personale. Da un po’ di tempo, confesso, mi stavo compiacendo degli esiti del lavoro, perché sempre più spesso i miei corsi si concludono con un applauso dell’uditorio, applauso unanime e, mi sembrava, convinto. Al di là della valutazione positiva sui questionari di gradimento, la cui compilazione è rito conclusivo di tutti i corsi di formazione, questa mi sembrava la testimonianza definiva che all’età di cinquant’anni avevo raggiunto la maturità professionale. L’errore che ho fatto, e che mi ha provocato profonda delusione, è stato di parlarne ai miei giovani soci, che lavorano con me da qualche anno, ma che hanno appena superato la trentina. Ebbene, tutti mi hanno detto che nello stesso corso del cui esito mi vantavo, e in cui anche loro avevano insegnato, l’applauso aveva inevitabilmente concluso le lezioni. Dunque, non io ero stato gratificato in modo esclusivo e speciale, ma tutti avevano avuto lo stesso, caloroso, trattamento. E qui mi è venuta la dolorosa illuminazione: oramai la formazione, anche la formazione, è divenuta spettacolo, e i partecipanti, il pubblico, alla fine, educatamente, applaudono come si fa alla fine di un qualsiasi spettacolo, che non è necessariamente piaciuto molto, ma che non è dispiaciuto. Mi tocca l’applauso di cortesia, cioè, l’educato, blando consenso, non l’entusiasta approvazione che mi ero figurato. Non c’è manifestazione pubblica, in effetti, dalla più felice a quella dolorosa, che non si concluda con un bell’applauso, che sembra diventato la vera e unica espressione di consenso. Io ricordo che alcuni anni fa ci meravigliavamo quando vedevamo che nella televisione americana si applaudiva e si rideva anche quando evidentemente non c’era pubblico, e questo ci induceva a fare divertite considerazioni sull’ingenuità del pubblico, e del popolo, americano. Da noi si applaudiva e si rideva solo se c’era del pubblico e se lo spettacolo lo meritava; ad esempio, la prosa in tv, ora completamente scomparsa, non era mai accompagnata da applausi fuori campo, applausi che sarebbero apparsi a tutti ridicoli. Oggi invece non c’è pur becero programma televisivo che non sia condito da applausi scroscianti e risate fragorose, certamente registrate ed evidentemente fasulle, ma che ci sembrano ovvie e naturali, come gli applausi a un matrimonio, a una presentazione di un libro, al Presidente della Repubblica in visita, all’insegnante che in aula annuncia una gita scolastica, o, infine, al docente che ha chiuso un banale corso di formazione sul marketing. Tutto è spettacolo, tutto è show, esibizione, mostra, e a nessuno si nega un applauso, anche per una performance appena media. La gente ha metabolizzato questo concetto, e non solo tributa consensi rumorosi in ogni occasione, ma li cerca, li attende, li richiede per sè. L’applauso è diventato comune e indiscriminato, e la sua mancanza è percepita come una privazione insopportabile. E il luogo per eccellenza in cui trovare gli applausi è sempre e inevitabilmente lì, nel regno del nostro immaginario, la televisione. Chi dunque non ha talenti da esibire e sui quali ricercare consenso, è disposto a questo punto a inventarsi qualsiasi sistema per riscuotere la sua dose di applausi, e cerca di arrivare in televisione a godere di fama e gratificazioni così, per il solo motivo di esserci. La ballerina goffa, il cantante stonato, il comico ridicolo, la bella fanciulla che sa solo accavallare le gambe, sono tutti lì a cercare il nostro encomio rumoroso, incuranti del fatto che nulla ci sia di lodevole nelle loro esibizioni. E, se nemmeno di questi miseri talenti si è forniti, basta andarci in televisione, a non fare niente, a farsi guardare mentre si mangia, si chiacchiera, si dorme, si litiga, cioè, si vive, perché così la nostra vita, banale e priva di alcuna spettacolarità, diventi degna di un applauso per il solo fatto di essere vista dagli altri. Per favore, al prossimo corso, nessuno applauda, vi prego, sono contento così. Miki Rosco |
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