Le informazioni ci rincorrono - feb. 2006 PDF Stampa E-mail

 Alcuni anni fa, in un ufficio della IBM, vidi esposto un cartello che mi colpì molto: “Non dobbiamo esser noi a cercare le informazioni, sono loro che ci devono cercare”. Mi sembrò allora - si era al tempo dell’Office Automation, dei primi personal computer, dei fax che iniziavano a spedire documenti – una considerazione molto bella, e un progetto ambizioso e affascinante.
Ora il progetto è realtà: non c’è più alcun bisogno di cercare le informazioni, sono loro che ci cercano, ci rincorrono, ci inseguono, ci raggiungono ovunque, non ci risparmiano in nessun luogo. Il cellulare squilla, ci invia messaggini, ci scova con la sua insistenza ovunque, informandoci su tutto quello che ci interessa, e anche - molto di più - su quello che non vorremmo sapere. La televisione ci dà informazioni per 24 ore, su cento canali e, se non bastasse, anche sul televideo. La posta elettronica, con informazioni fondamentali o di assoluta irrilevanza, è sempre a nostra disposizione, in ogni angolo del mondo; non ci dà tregua. Oramai le informazioni ci perseguitano e l’unico modo di difendersi è quello di non prestar loro attenzione, di ignorarle. Se aprite la posta elettronica e siete aggrediti da quaranta messaggi, nei quali si annida di tutto, dall’appello a salvare una vita umana alla proposta  di acquisto di improbabili prodotti, alle discussioni oziose delle mailing list professionali, la tentazione di cancellare tutto è irresistibile. E i messaggi pubblicitari che interrompono i film, quelli che si insinuano nel telegiornale  tra una catastrofe planetaria e le notizie sportive, finite per non ascoltarle, per levare l’audio. E allora, per arrivare alla vostra attenzione - la vera risorsa scarsa dei nostri tempi - le informazioni diventano sempre più invadenti e dall’aspetto intrigante, si vestono di panni elegantissimi, usano tutte la armi della retorica, si presentano come uniche, irripetibili, immancabili. Così la “partita del secolo” si svolge ogni sei mesi, la nevicata che imbianca le città diventa una “catastrofe atmosferica”, l’acquisto di un’automobile diviene la soluzione a problemi di identità, il consumo di un alimento, una fondamentale scelta gastronomica. Tutto è enfatizzato e tutto alla fine  ci annoia, e quello che manca, sempre di più, è la capacità di far diventare le informazioni che riceviamo vera e propria conoscenza. La conoscenza è la capacità di mettere in relazione tra di loro le informazioni in un’architettura definita, così da riuscire a “dare senso” a quello che facciamo. Purtroppo, proprio l’accumulo inverosimile di informazioni finisce per impedirci di trovare conoscenza.
Provo a fare un esempio, per spiegarmi. Tutti sanno, dai tempi di Jerome, quello di Tre Uomini in Barca, che un inesperto non deve mai consultare un’enciclopedia medica. Jerome, appunto, ci narra di quando, dopo una neppur approfondita consultazione, scoprì di essere affetto da ogni malattia, con eccezione del “ginocchio della lavandaia”. Ebbene, io credo che, se oggi Jerome cercasse su Internet, scoprirebbe che nemmeno il ginocchio della lavandaia gli è risparmiato. Chiunque si sia avventurato nei siti medici per scoprire qualcosa su di una malattia è stato sepolto da tali infinite e contraddittorie notizie che si è sentito perso e scoraggiato. Quello che manca al navigatore dilettante è infatti la capacità di mettere in ordine le informazioni, di distinguere quello che è essenziale da quello che è ininfluente, quello che è detto da un luminare  dalla citazione di un ciarlatano. Questa capacità di ordinare e mettere in collegamento è la conoscenza, e questo, quasi mai, ci è dato. E allora? Che fare? Un giorno al mese, non di più, è opportuno sedersi in poltrona con un libro dell’Ottocento già letto, spegnere il cellulare, dimenticare la televisione, non comprare il giornale, non connettersi per 24 ore, e rileggere in pace cose già note di cui già sappiamo tutto. Lì, forse, si annida un pezzo di conoscenza, anche se le informazioni sono già tutte in nostro possesso.

Miki Rosco

 

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