Da ragazzo avevo brevi momenti mistici, in cui progettavo di diventare santo, e poi lunghi periodi di pessimismo, in cui, sicuro di dover andare all’inferno, speravo almeno che sarei riuscito a meritarmi il girone dei lussuriosi. Presto i momenti mistici sono finiti, e il progetto di diventare lussurioso si è mostrato quasi altrettanto improbabile della santità: per diventare buoni peccatori occorre talento, e io, in quello specifico settore, non ne avevo. Ho ripiegato sulla gola, che è diventato oramai il mio vero “peccato”. Ma è un peccato la gola in questi tempi? In tempi di guide scritte con competenza e cultura, di ristoratori maitre à penser, e di studiosi alla ricerca di giacimenti gastronomici, il piacere del mangiare mi sembra più una moda che un peccato. E la stessa lussuria non appare poi così perturbante, in un’epoca in cui è difficile vedere comportamenti che siano giudicati perversi e che creino sensi di colpa, e in cui invece fioriscono gli outing, praticati con orgoglio in tutti i settori. Ma esistono ancora, nel nostro mondo edonista, i peccati? Quali sono i peccati davvero tali? E non intendo dal punto di vista teologico, campo in cui non ho né competenza né interesse, o da quello morale, ma dal punto di vista sociale, della pubblica riprovazione, cioè. Mi sembra che anche gli altri peccati non se la passino bene di questi tempi, e che sia difficile ritrovare i bei peccati di una volta. Pensiamo all’avarizia, ad esempio, il vero e grande peccato della ricchezza. Chi è ormai avaro, tra i ricchi? Dove sono gli Arpagone, o gli Scrooge ai nostri tempi di ricchi che spendono, ostentano, dilapidano, nell’approvazione generale, tra l’altro? Nel bene e nel male la borghesia ha perso il gusto della parsimonia, ed ha assunto, casomai, il vecchio vizio dello sperpero, che tanto indignava quando veniva praticato dall’inetta ed esausta aristocrazia. L’avarizia è, al massimo, diventata nevrosi individuale, che coglie persone di tutti gli strati sociali e che li sottopone non tanto alla riprovazione, ma al massimo allo sfottò, alla presa in giro. Non c’è più una classe sociale, ispirata all’etica protestante, che vede nell’accumulo della ricchezza, la realizzazione di un disegno divino; e non c’è più la sua depravazione: il ricco che accumula solamente, che non spende, che sacrifica ogni consumo alla sua avidità. Il ricco oggi è il campione del consumo, ed è invidiato da molti proprio perché può consumare con tanta facilità. Ecco, l’invidia è praticata oggi, è diffusa un po’ ovunque, e forse può rappresentare il peccato di moda, perché appunto tanto comune quanto criticata. E anche la superbia è peccato consumato, superbia che spinge tanti a rischi e pericoli da cui le cadute, reali o nel ridicolo, sono rovinose. Non certo condannata è l’ira, che è relegata nell’ambito delle nevrosi da confidare sul lettino dello psicoanalista, piuttosto che dei peccati da raccontare, contriti, nel confessionale. Rimane però, tra i vizi capitali, l’accidia: la pigrizia, la difficoltà a schierarsi, a operare, a darsi da fare, ad appassionarsi. Ecco, questo sì è un peccato mortale nella nostra confusa e iperattiva modernità: guai a chi non ha mille attività, a chi si ferma, a chi non ha l’agenda piena, e guai a chi si sottrae, si deprime, non partecipa con entusiasmo. Per lui sì sale la riprovazione, lui è il peccatore moderno, a lui non si perdona niente. Chi vuole andare all’inferno, quello della riprovazione sociale, sa che cosa deve fare: fermarsi, non correre, chiedere scusa, e, come un viaggiatore cerimonioso, scendere dal treno. Miki Rosco |
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