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Nostalgia per il tempo della musica - sett. 2007 |
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Ho assistito, dopo anni, a un concerto rock. Un grande concerto, all’aperto, insieme a centinaia di migliaia di persone. Un evento, di quelli a cui si va non solo per ascoltare della musica, ma per partecipare, per dire: “quella volta c’ero anch’io”. Data la mia non tenerissima età, era da tanto che non partecipavo a un evento del genere, e quindi ho osservato, con stupore, molte novità rispetto ai miei ricordi. La prima cosa, che balzava agli occhi immediatamente, era l’aspetto generazionale. I miei coetanei erano in gran numero, al concerto, non ero stato il solo a voler partecipare. Molti di questi coetanei erano con i figli, bambini o adolescenti, che stvano lì non tanto per far contenti i genitori, ma anche per proprio piacere; questo si vedeva benissimo. Alla loro età, io avrei preferito esser torturato piuttosto che andare a un concerto con i miei genitori, che, a loro volta, avrebbero considerato una tortura andare a un concerto rock, sedendosi a terra e mangiando un panino tra la polvere. Quindi nessun contatto possibile tra la generazione dei miei, che al massimo ascoltava Modugno, e la mia, che seguiva Beatles e Stones. Ma nessun contatto nemmeno con la generazione di qualche anno prima, per noi esisteva solo la musica fatta da gente più o meno coetanea: io non ascoltavo Elvis Presley e quelli del rock and roll, che consideravo antiquati. Al mio concerto invece erano rappresentate tutte le generazioni, tutti seguivano con partecipazione i pezzi suonati, unendosi ai cori in inglese, e dimostrando di non esser lì per sbaglio, ma dopo attenti e ripetuti ascolti. Fans di tutte le generazioni, accomunati dalla passione per il rock, e non solo giovani ad ascoltare musica eseguita da giovani, come accadeva anni fa. (E, d’altronde, i musicisti che si esibivano erano anch’essi anzianotti). Il concerto è stato lungo, appassionante, emozionante, oltre che nostalgico, visto che il repertorio partiva dall’inizio degli anni ’70 per arrivare fino ad oggi. Ma è stato anche spettacolare, basato, oltre che sulla musica, su effetti visivi di altissimo livello, proiettati su schermi che coprivano l’intera, grandissima, area del concerto. Quindi musica da vedere, oltre che da ascoltare, e questo è stato, se non di meraviglia, di riflessione ulteriore. Oggi è quasi impossibile avere un’esperienza artistica popolare che prescinda dall’immagine; anche la musica, arte astratta per eccellenza, deve essere “vista” oltre che ascoltata. L’immaginario televisivo ci ha così condizionati, che non possiamo più ascoltare ad occhi chiusi, come a me viene da fare quando voglio concentrarmi sulla musica, sul suono. Io ho sempre detestato, con superbia intellettuale, le rappresentazioni visive della musica, la necessità di dover far vedere ciò che è stato pensato e realizzato in astratta purezza. Tra i film di Disney, che amo tantissimo, ho sempre guardato con sospetto “Fantasia”, con le luci colorate sull’orchestra che esegue Bach, e con i putti e i centauri che si muovono sulle note della Pastorale. E questo è un nuovo, irrimediabile segno che appartengo a una generazione passata, scaduta, nonostante la mia partecipazione al grande concerto. Con gli occhi chiusi non si ascolta la musica, anzi la si vive guardandola, nei concerti, ma anche in televisione seguendo i video clip. E in discoteca si va a ballare tra luci e suoni guidati dai vjiing, cioè i disk jockey della multimedialità. Ritornato a casa, avrei voluto mettere in funzione lo stereo, e ascoltare, rigorosamente a occhi chiusi, il mio amatissimo Mozart, concentrandomi soltanto sul puro gioco delle note. Poi mi è venuto in mente che l’ultima volta che sono stato in discoteca, circa trenta anni fa, ho ballato guidato dalla musica ma anche dalle luci stroboscopiche (esistono ancora?). E quindi la mia nostalgia per il tempo della musica ad occhi chiusi era finta. Sono andato a dormire, dunque, sognando musica a colori. Miki Rosco |
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