Ho trovato in ufficio, attaccato al mio pc, un post-it che mi avvisava di una telefonata da fare. - Già provveduto, Rossella – ho detto alla mia socia – ho telefonato dal cellulare. Mi ha risposto Simona, l’altra socia del mio studio: - Te l’ho scritto io il biglietto; è possibile che dopo sette anni non hai ancora imparato a distinguere le nostre grafie? La cosa mi ha turbato: effettivamente non riconosco la grafia di Rossella e di Simona, e nemmeno quella di Alfonso, il terzo compagno di avventure. Eppure, essendo la nostra una fabbrica di chiacchiere, ho letto di ognuno di loro più pagine di quelle contenute in un’enciclopedia. So distinguere, a prima vista, lo stile dell’uno e dell’altro, i loro vezzi e pregi, la chiarezza divulgativa di Rossella, la complessità, al limite dell’involuzione, di Alfonso, la strutturazione originale della frase di Simona. Ma non conosco la loro grafia, perché l’unica occasione in cui ho il piacere di osservarla è appunto sui post-it, luogo esclusivo su cui i miei soci si esercitano con la penna e non con un word processor. Conosco la grafia dei mie parenti, ricordo quella di tutti i miei compagni di banco, distinguo immediatamente la scrittura da maestrina di mia moglie, ma non quella dei miei soci, con cui condivido, appunto da sette anni, migliaia di pagine su infiniti argomenti dello scibile. Il punto è che oggi, per tutti, e specialmente per i miei giovani compagni, la scrittura è quella del computer, o al massimo degli SMS, è quella scrittura volatile e incerta che dà il titolo a questa rubrica. Di tutti i cambiamenti di questo nostro strano mondo, di tutte gli spiazzamenti che ci propone ogni giorno questa epoca di post-modernità, a me pare che la volatilità della scrittura sia la più significativa. Da quando è nata, la scrittura ha voluto segnare la sicurezza del contratto, l’impegno dell’autore, la volontà definitiva dello scrivente; le tavolette di argilla scritte in caratteri cuneiformi ci enumeravano in modo certo quali erano le ricchezze dei sovrani; gli scriba dell’Antico Egitto erano una casta privilegiata, perché incaricata di rendere chiara e definitiva la volontà del faraone e la devozione verso gli dei; gli amanuensi nei monasteri medievali preservavano dall’oblio le parole dei filosofi e dei poeti antichi attraverso la scrittura. Oggi abbiamo perso, non dico la sacralità della parola scritta, in un mondo che non ha più spazio per il sacro, ma anche il suo valore di durata e di certezza. Una mail inviata può essere modificata a piacere del ricevente, e, così modificata, rispedita ovunque, e ancora modificata, travisata, parodiata, parafrasata, senza che l’autore possa fare niente per proteggere il suo scritto originario. Non c’è più autore, in questo caso, non c’è più durata della comunicazione, il messaggio è solo veloce, economico, pervasivo, ma assolutamente incerto nel suo significato, perché lo scopo dell’autore, la sua volontà di comunicare, non è rispettato, non è conservato, e qualsiasi mistificazione è resa possibile. Così accade che la scrittura si piega a questa sua volatilità e incertezza, e diventa sempre più simile al linguaggio orale, perde le sue caratteristiche formali, le sue regole, dà spazio a abbreviazioni, a sintesi, a invenzioni che la plasmano, la rendono fluida, liquida. E la scrittura così concepita, così utilizzata, perde il suo carattere di rigore logico, di consequenzialità, di verticalità conoscitiva. Scrivere, che era un atto che dava forza logica al proprio pensiero, che stringeva in una strutturazione forte il concetto, diventa invece un atto spontaneo, immediato, veloce, che usa le connessioni deboli dell’associazione di idee, non quelle forti del pensiero razionale. La scrittura diventa un blob, in cui c’è spazio per le emozioni più che per i ragionamenti, in cui l’irresponsabilità dello scrivente è pari all’incertezza del suo medium. Non c’è più tempo per pensare, non c’è più tempo per riflettere, non c’è più tempo per organizzare. E la scrittura attuale rappresenta al meglio questo stato di cose, una scrittura affidata alla volatilità della trasmissione elettronica, in cui un tasto premuto può annullare, in un istante, qualsiasi traccia della comunicazione. Per fortuna esistono ancora i post-it, su cui, riusciamo a lasciare traccia della nostra grafia. Una traccia un po’ meno precaria di una mail, un po’ più duratura di un SMS. Miki Rosco |
|
|
|