Me ne accorsi da turista a New York, quando vidi che i fast-food erano pieni di afro-americani grassi in modo inverecondo, e invece a Central Park trovavi dei bianchi in gran forma - appartenenti visibilmente alla parte affluente della società - che correvano tra i viali, abbigliati in modo costoso. I poveri sono oramai grassi e i ricchi sono diventati magri, in un altro dei curiosi ribaltamenti dei tempi nostri. E se c’è ancora qualche ricco grasso, lo è con senso di colpa, non di placida soddisfazione, quella che leggiamo negli sguardi dei pasciuti borghesi di inizio ‘900 ritratti in posa nelle foto. Il nostro rapporto con il cibo è mutato radicalmente: la fame oramai non c’è più, ricchi e poveri, nella nostra parte di mondo, mangiano tutti, ma le distinzioni restano, La fame, protagonista indimenticabile di tanta letteratura picaresca, di straordinario teatro dell’arte, di avventure bohemienne, è casomai ospite delle case dei ricchi, ma ridotta a triste dieta, priva di tragica o comica carica vitale. Il rapporto con il cibo è diventato così interamente culturale: quello che portiamo a tavola è oramai un valore, un’immagine, un’idea, non un alimento che serva a nutrirci. Mangiamo prodotti del territorio, perché siamo spaesati, e ricerchiamo l’originale, il caratteristico nel consumo del prodotto, meglio se alimentare, non entro di noi o nella nostra prossimità geografica. Mangiamo prodotti “naturali”, “dietetici”, “biologici”, come se gli alimenti non dovessero essere ovviamente naturali, dietetici, biologici. Mangiamo nei fast-food perché è piacevole, moderno, divertente (così dice la pubblicità, e così la pensano i nostri ragazzi). Mangiamo nei ristoranti di moda perché lo abbiamo letto nelle guide, perché l’opinion leader del settore ne ha parlato sul giornale, perché lo chef ha una rubrica in televisione, perché quest’anno il locale ha meritato le due stelle, le tre forchette, le dieci palle nere. Non mangiamo più per saziarci, perché siamo già sazi, fino allo sfinimento, e perché saziarsi è volgare. E quindi corriamo poi nei parchi, per espiare le nostre mangiate e bruciare le calorie, e osserviamo con commiserazione gli obesi bambini di periferia, le grasse casalinghe al supermercato, i panciuti operai che lavorano nei cantieri. E’ rimasto un peccato, la gola, ma diverso da quello di prima, da quello da cui i grassi sacerdoti ci volevano tenere lontani. La maestra di mia moglie, quando lei era alle elementari, faceva ripetere alle alunne come una litania: “Noi mangiamo per vivere, non viviamo per mangiare”, e se qualcuna si sbagliava e invertiva i termini, quasi sempre una povera figlia di contadini che davvero aveva bisogno di mangiare per sopravvivere, allora calava la bacchetta, e non c’era alcun telefono azzurro a ascoltare le lamentele. Eppure, se le vedi queste bambine degli anni ’50, nelle foto in bianco e nero di una volta, tutte in fila a fissare un po’ istupidite l’obiettivo, ebbene, non ne trovi una grassa, una sovrappeso, una obesa. Sono magre, magrissime, affamate: non c’erano bambini grassi nelle scuole di allora. Al massimo c’era qualche bambino malato, che portava con infinita tristezza il suo peso in eccesso. Allora mangiavamo per vivere, un po’ tutti, e non sapevamo che di fronte a noi ci sarebbe stata la società dei giacimenti gastronomici e dei vini da “tre bicchieri”. Miki Rosco
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