Attraversare la città in macchina, a qualsiasi ora, significa andare incontro al traffico. Un tempo non era così, il traffico era intenso in alcune ore del giorno e per il resto era più che sopportabile. Il problema non è tanto che, rispetto a qualche anno fa, le auto sono aumentate di numero, è che qualsiasi orario è diventato di punta, non c’è più il momento magico in cui la città scorre rapidissima di fianco a te. Venti anni fa, arrivato a Roma per lavoro, invidiavo il mio capo che poteva uscire di casa alle 9 del mattino: abitavamo nella stessa parte della città, ma io impiegavo anche quarantacinque minuti per un percorso che lui faceva in dieci, e solo perché usciva quando noi, poveri impiegati, avevamo già timbrato tutti il cartellino e quindi abbandonato le strade. Oggi non solo alle 9, ma alle 10, alle 11, a mezzogiorno, le auto vanno su e giù per la città. Anche io con loro, ed ho il sospetto che a non timbrare più il cartellino siamo in tanti, troppi, e siamo tutti in giro. E così la domenica. Ai miei occhi ingenui di provinciale appena giunto nella metropoli, tra i mille stupori, c’era la solitudine e il silenzio delle domeniche romane, tutto chiuso, nessuno in giro, se non in alcune zone del centro affollate di turisti. Ma se uscivi in macchina, trovavi posto quasi ovunque, e attraversavi gli spazi con infinita libertà. Oggi la domenica è delirio di traffico come gli altri giorni, e il sabato notte è una delle fasi di maggior congestione, a partire da mezzanotte. La nostra vita ha preso non solo un’accelerazione folle, ma è diventata densa in ogni momento: a qualsiasi ora consultiamo la posta elettronica, guardiamo un film in tv, siamo raggiunti – ovunque – da chiamate sul cellulare, e pretendiamo oramai di usufruire di servizi e opportunità in qualsiasi momento della giornata. Vogliamo poter fare una fotocopia in piena notte, mangiare un dolce all’alba, visitare una mostra fuori orario, fare shopping sempre! La giornata non è scandita, come una volta, da orari e rituali: il risveglio, il lavoro, il pranzo in famiglia, la passeggiata serale, la televisione in chiusura, ma è organizzata con un modello fai-da-te che non conosce pause. Ognuno vive le sue ore come se stesse scegliendo da un menu infinito le attività preferite, pretendendo che sempre tutto sia a sua disposizione. E ognuno confonde non solo gli orari, ma anche gli obiettivi, per cui tutto si mescola, tutto si trasforma. Il lavoro non è più semplicemente il duro impegno con cui guadagnarsi da vivere, ma è il luogo della realizzazione personale, dell’espressione dell’io, e quindi tutti si lamentano che non si divertono abbastanza, a lavorare, dimenticando le caratteristiche da maledizione biblica della fatica quotidiana. Così è per l’istruzione, che deve essere ludica, leggera, vivace, e non è relegata in una parte, quella iniziale, della vita, ma continua per sempre. Bisogna istruirsi “lungo tutto l’arco della vita”, come addirittura intima la Commissione Europea ai suoi cittadini. Non parliamo dello shopping, attività che si basa non tanto nel comprare quello che ci serve, ma in cui vogliamo trovare piacere e, magari, realizzare una parte di noi stessi, perché la ricerca del nostro stile di vita, racchiusa dagli oggetti che compriamo, è in fondo anch’essa pratica conoscitiva. Per svolgere tutte queste attività ci muoviamo, in qualsiasi ora della giornata, alla faccia di chi prevedeva che saremmo tutti rimasti a casa a vedere la televisione o a chattare. E restiamo imbottigliati nel traffico, e cerchiamo disperatamente un parcheggio, almeno questo, come venti anni fa. Solo che allora c’era la domenica per riposarsi, o almeno evitare il traffico. Ora no, la condanna è senza requie, dobbiamo essere sempre in moto, sempre alla ricerca di un’attività nuova, in ogni giornata e in ogni momento. Meno male che lo facciamo per “divertirci” e per “trovare noi stessi”, altrimenti dovremmo concludere che davvero siamo messi male. Miki Rosco |
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