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Scripta volant, verba manent- sett. 2005 |
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Oggi tutto va veloce, tutto cambia, tutto vola. Quando sono nato la maggioranza degli italiani che lavorava, faceva l’agricoltore. E questo come mille anni prima, duemila, tremila, fin dai tempi degli Etruschi. Dopo pochi anni l’Italia si è scoperta industriale: nella città del Nord-Ovest dove abitavo ci fu un’invasione di contadini meridionali che avevano lasciato la terra e inseguivano il sogno della fabbrica, e di figlie di contadini del Veneto che facevano le cameriere (allora si diceva così, senza eufemismi). Oggi siamo già al post-industriale, e nel ricco Veneto si delocalizzano le fabbriche per portarle in Romania e tutti, in tutta Italia, ci sentiamo nell’epoca del terziario, siamo tutti, o quasi, addetti ai servizi. Quando ero bambino la campagna puzzava ancora, tutti, in qualche modo ne fuggivamo. Volevamo mangiare alimenti industriali: cercavamo “fiducia” e solo la fabbrica ci garantiva. I panettoni, da milanesi, divennero nazionali, e da allora il Natale di tutti gli italiani è marcato Milano, e cioè industria. Oggi rincorriamo miti contadini inesistenti: ci sentiamo rassicurati dal prodotto artigianale, da quello del territorio, e quando la tradizione non c’è, la inventiamo. Cinquant’ani fa la professione di ognuno era scritta nell’abbigliamento: c’erano i colletti blu e quelli bianchi, gli impiegati mettevano la cravatta, sempre, e i contadini mai. Oggi dall’abbigliamento possiamo leggere il look di una persona, il suo stile di vita, non altro. Vestiamo sportswear, ma non per fare sport, per andare a passeggio o magari al lavoro, e abbiamo inventato l’abbigliamento per il tempo libero. E la domenica, che era destinata al vestito migliore, oggi invece ci vede in tuta o in jeans, per poterci sentire liberi. E se prima le parole che contavano erano quelle scritte, ora, se mai una parola conta, è quella detta: scipta volant, verba manent. C’è un problema di tecnologia, ovviamente: le parole pronunciate possono essere registrate, trasmesse, ascoltate e riascoltate. Quelle scritte spesso non hanno più materialità: sono bit, segnali elettronici che con un clic scompaiono senza lasciar traccia. E sono segnali che volano sulle reti telefoniche o nell’etere fino ai satelliti, e poi giù fino al cellulare dell’adolescente che scrive “TVB” a un coetaneo. Ma non basta: lo scritto non è mai definitivo, è precario: chiunque lo può integrare, modificare, correggere, stravolgere senza sforzo. Ricevo una mail, la modifico e la ritrasmetto, con buona o mala fede, a qualcun altro. Ci dobbiamo abituare, una frase strappata a un politico in un momento di stress può significare la fine della sua carriera. Ripetuta in televisione, trasmessa a ora di cena di fronte a milioni di cittadini, rivista nel programma di approfondimento serale, trasmessa ancora nel programma satirico, assume un carattere di definitività potenzialmente esiziale. Uno scritto inviato come posta elettronica non solo non ha – quasi mai – valore legale, ma nemmeno valore morale, puoi manipolarlo, puoi svilirlo, correggerlo e rispedirlo, tradirlo in mille modi. Siamo alle soglie di una nuova cultura orale, che sta cambiando e cambierà sempre di più il nostro modo di capire il mondo, la nostra cultura. Che inevitabilmente sarà una cultura precaria, volatile, indefinita, come tutto quello con cui oggi abbiamo a che fare. Miki Rosco |
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