Ero in un ristorante del centro storico di Roma, uno di quei ristoranti un po’ pretenziosi e snob, prevedibili e mediocri nella cucina e molto cari (per fortuna ero ospite e il conto non è toccato a me), Uno di quei ristoranti frequentati da uomini d’impresa per colazioni di lavoro o da turisti stranieri, consigliati da qualche interessato portiere d’albergo. E proprio un gruppo di stranieri si era seduto vicino a noi, appartenenti all’altra categoria di avventori; un gruppo di americani, che ridevano e parlavano ad alta voce, come si addice ai padroni del mondo, incuranti di quelli che li circondavano. Tutti giovani, belli e abbronzati, evidentemente appartenenti alla classe superiore, e tutti in pantaloncini, maglietta e sandali. Ed erano serviti, loro come tutti noi, da camerieri imperturbabili e inappuntabili nei loro smoking neri. Dunque, avventori in vesti da spiaggia, liberi nei comportamenti, e “servitori” eleganti e formali, educati e controllati. Mi si è dunque presentata un’altra di quelle contraddizioni che modificano in modo irreversibile la nostra vita e il nostro senso comune, non solo per la differenza, invertita, nel modello comportamentale dei diversi ceti sociali, ma per la nuova concezione dell’abbigliamento che oramai caratterizza i nostri confusi tempi. L’abbigliamento è stato per secoli il più importante sistema di segni che indicava ruolo e appartenenza sociale delle persone. Non solo le divise per i militari o le vesti sacerdotali, ma anche gli abiti degli altri componenti la società indicavano innanzitutto la casta di appartenenza e la professione. Questo, dall’antichità delle toghe fino all’altro ieri, quando il colletto bianco degli impiegati e quello blu degli operai indicava in modo chiaro e stabile appartenenza e gerarchia sociale. Mio padre, funzionario della pubblica amministrazione, ha messo la cravatta in quarta ginnasio all’età di quattordici anni e l’ha tenuta per tutta la vita professionale, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi occasione sociale, anche in casa, appena slacciandola per mangiare. E lui, come tutti i suoi pari, non per scelta o per gusto, ma per naturale segno di appartenenza. La domenica poi, la mettevamo anche noi bambini, di quelle con l’elastico, in cui non occorreva fare il nodo, perché la domenica era il giorno in cui ci si vestiva con quello che veniva definito “il vestito buono”, perché ce n’era uno solo di qualità o, perlomeno, nuovo. Oggi la domenica è dedicata al vestito peggiore, a quello più confortevole, più libero, più comodo, perché il vestito non è più segno di appartenenza sociale, non deve essere uguale a quello degli altri membri della nostra categoria, non deve essere sobrio fino all’invisibilità (la persona elegante è quella che passeggia per tutta Londra senza che nessuno si giri a guardarla, ebbe a dire lord Brummel). L’abbigliamento, anzi, deve essere individuale, rappresentare chi lo indossa, essere espressione di personalità, e quindi l’eleganza diventa look, stile inconfondibile, che caratterizza quella persona e nessun altro. Il vestito del tempo libero diventa ovviamente anch’esso coerente con il look, assume i caratteri dell’abito sportivo, e si adegua alla personalità di chi lo indossa, che sogna che tutta Londra si giri per ammirarlo, per riconoscere la sua straordinaria unicità. La cosa buffa è che questa unicità viene spesso cercata indossando abiti che esibiscono il marchio, che nascono dalle fabbriche dello stile e della moda che oggi imperversano. Per cui si è diversi dagli altri, si ha un look libero e originale, indossando abiti firmati, e cioè perfettamente riconoscibili per il marchio e lo stile di chi li ha progettati e realizzati. Gli unici condannati a vestire in modo uguale e inappuntabile sono i camerieri del mio ristorante, chiusi nei loro smoking neri anche di giorno, anche quando fa caldo, anche quando devono servire i clienti americani, vocianti e allegri nei loro abiti sportsware di marca. Miki Rosco |